Domenica, 14 Febbraio 2016 08:28

Juve-Napoli, una sfida dal sapore antico

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ROMA - E alla fine segna lui, Simone Zaza, l’uomo che meno ti aspetti, il campione che si alza dalla panchina, sostituisce Morata nel finale e regala alla Juve una vittoria immeritata (perché sarebbe stato più giusto un pari, ammettiamolo) contro un Napoli schierato in campo da Sarri a sua immagine e somiglianza. 

Due squadre operaie, questo sono Juventus e Napoli, figlie di due allenatori che, a volerli collocare ideologicamente, profumano entrambi di sinistra, benché Allegri abbia assunto un profilo in linea con lo stile Juve mentre Sarri è rimasto un uomo del popolo, con la tuta al posto della giacca e la cravatta, la fronte piena di rughe, la sigaretta perennemente in bocca, una voglia matta di leggere ed imparare e un’onestà cristallina nell’ammettere le proprie colpe le rare volte che sbaglia.

Ha vinto la Juve perché ci ha creduto di più, certo, ma anche perché ha avuto la fortuna di trovare l’uomo giusto al posto giusto nel momento giusto, sfruttando la grinta e la determinazione di un ragazzo lucano, classe ’91, che pur essendo il quarto attaccante dietro a mostri come Morata, Mandzukic e il probabile erede di Messi, Paulo Dybala, ogni volta che viene chiamato in causa riesce a dare il meglio di sé.

Ha vinto perché, forse, è destino che questa stagione, iniziata con numerosi cambi all’interno della rosa, fra partenze eccellenti e nuovi arrivi sui quali aleggiava un ingiusto scetticismo, con due sconfitte consecutive contro Udinese e Roma e altre due, brucianti, contro Napoli e Sassuolo, è destino, forse, che questa stagione si tinga di bianconero. Senza dubbio, rimarranno le quindici vittorie (finora) consecutive, la crescita esponenziale di Dybala, la maturazione di Pogba, l’affermazione di un secondo portiere di prospettiva come Neto, la solidità e l’umiltà di Zaza, la bella conferma di Mandzukic, la candidatura di Marchisio e Chiellini a capitani del futuro, la garanzia rappresentata da Bonucci e, infine, l’immensità di un Buffon che anche ieri sera ha giganteggiato, arrivando là dove nessun altro portiere sarebbe riuscito ad arrivare, salvando lo 0 a 0 quando un gol del Napoli avrebbe potuto cambiare il corso della sfida, facendo sprofondare la Juve a -5 e condannandola, di fatto, ad una rincorsa disperata. E invece adesso i bianconeri sono tornati in vetta, al termine di una rimonta iniziata in seguito alla sconfitta di fine ottobre contro il Sassuolo, quando Buffon ed Evra fecero capire, a modo loro, con la dovuta fermezza, che va bene tutto ma non far vergognare la società e i tifosi, che certe leggerezze non si sarebbero dovute ripetere e che alla Juve non si può lottare per una stagione tranquilla e anonima, restando lontani dagli obiettivi che contano.

E così la Signora ha ritrovato smalto, ha cominciato a inanellare un successo dietro l’altro, si è trasformata in una macchina da guerra in abito da sera, ha indossato contemporaneamente i guantoni da boxe e lo smoking da prima alla Scala, si è imposta con eleganza e ricordandosi di essere la Juve non solo quando c’era da andare sotto la curva a festeggiare ma anche quando si trattava di rispettare gli avversari, di evitare di umiliarli, di sentirsi presuntuosamente i migliori, i più forti, di ritenersi già arrivati solo perché le cose iniziavano ad andare leggermente meglio rispetto ad un avvio da brividi. Ne è venuta fuori una squadra dal sapore antico, come dal sapore antico è stata questa partita aspra ma corretta, intensa ma mai sopra le righe, combattute ma leale, tecnicamente non eccelsa ma agonisticamente interessante.

Una Juve a metà fra quella del Trap e quella di Lippi contrapposta ad un’allegra brigata di scugnizzi che darà filo da torcere fino alla fine, coniugando il gusto della vita tipico dei partenopei alla cultura del lavoro di un tecnico che conosce bene la fatica e le ansie del vivere e che ha fatto della normalità la sua bandiera.

Una bella sfida, lunga un intero campionato e destinata ad andare oltre, a spingersi al di là di una sola stagione, forse a segnare un’epoca, mettendo a confronto due stili diversi ma complementari, due visioni del mondo affascinanti, il Nord e il Sud, il sole e la nebbia, finché un pallone non rotola in rete e la magia dello sport riprende il suo cammino.

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