Sabato, 18 Dicembre 2010 10:34

"Il cimitero di Praga". Se Umberto Eco scrive un romanzo difettoso

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Si può parlare male di un libro di Umberto Eco? Chi, come noi, ha praticamente letto tutta la sua opera, narrativa e saggistica, che segue ogni suo intervento, intervista, semplice dichiarazione o riflessione o rubrica giornalistica, prova un certo imbarazzo dopo aver terminato la lettura della pagina cinquecentosedici del “Cimitero di Praga”. Ed è un imbarazzo imbarazzante, perché si tratta di confessare a se stesso che non è stata una lettura appagante.

Nel 2004 lessi il bellissimo “La fiamma della regina Loana” e rimasi folgorato. Praticamente, in quella storia, Eco costruiva il suo sentimento della morte, lo spegnimento progressivo di un uomo, colto da ictus, che attraverso le vecchie illustrazioni di cui fa collezione, ripercorre la sua vita fino al momento del buio eterno. Una lettura portentosa, ricca, piena di ispirazione. Nel 1980, lessi “Il nome della rosa”, il suo primo romanzo. L’autore era lo studioso più famoso per tutti coloro che si occupavano di linguaggio, di semiologia e di letteratura. Ne “Il nome della rosa”, molti della mia generazione trovarono una coniugazione perfetta fra il “plot” (quello che scrittori come Henry James e Robert Luis Stevenson chiamavano “intreccio”) e l’approfondimento filosofico e perfino semiologico. In altri termini, Eco scardinava molte delle convenzioni narrative, fondendo in un testo esemplare il suo percorso intellettuale – ricchissimo e forse unico fra gli intellettuali italiani del Novecento – e l’invenzione artistica.

Poi seguirono altre prove, più incerte ma ugualmente interessanti: “Il pendolo di Foucault” (1988), “L’isola del giorno prima” (1994), “Baudolino” (2002) e il già citato “ La fiamma della regina Loana” (2004), il cui livello, per quanto non paragonabile al primo romanzo, mostra la capacità di Eco di fare del romanzo un’operazione meta-letteraria e comunque “metonimica”, composta essenzialmente da stratificazioni di senso. L’idea di letteratura dello scrittore piemontese non è estranea alla necessità di un coinvolgimento intellettuale ed anche emozionale del lettore, un po’ come il metodo Stanislawski e del suo “Actor’s Studio” in contrapposizione al brechtismo.

Diciamo che in “Il cimitero di Praga” Eco conferma questa sua idea fondante, spingendola agli estremi e affidando l’intreccio unicamente ai tre livelli di narrazione (il diario del protagonista, capitan Simonino Simonini, quello della sua immagine allo specchio, l’abate Dalla Piccola e, infine, il narratore in terza persona), i quali si intersecano fra di loro come palinsesti (cioè scritture sovrapposte che in qualche modo coincidono). Si tratta indubbiamente di un sapiente escamotage, molto intrigante ma che non si dimostra sufficiente a far decollare una storia che d’altronde non c’è. Probabilmente, l’obiettivo di Eco era – come in “Il pendolo di Foucault” – didattico: costruire un romanzo per far entrare il lettore nei meandri di una conoscenza sotterranea, esoterica, entro cui inserire l’anima antisemita di una certa cultura europea e, allo stesso tempo, denunciare la vena massonica degli intrighi di un potere assassino, che Simonini incarna alla perfezione.

La sua capacità di penetrazione è strabiliante – ma questo, nel caso di Eco, non è un mistero. La sua passione per i cataloghi (la “Vertigine della lista” di uno dei suoi ultimi saggi antologici) e per la tassonomia si riflette anche in questa narrazione, tanto da creare nel lettore un’ansia da comprensione che non sempre è buona cosa in letteratura. Ma ciò che manca è, appunto, la capacità di offrire una narrazione; certo, trattandosi di un racconto che promana da due diari contrapposti, il filo degli avvenimenti è legato ai ricordi, quindi non può essere lineare, ma dovrebbe essere il narratore in terza persona a riannodare quei fili. Ed invece ciò non succede, così che il lettore si ritrova appeso, come in una matassa ingarbugliata, a dover districarli con difficoltà a volte insormontabili.

Il reazionario e sanguinario Simonino Simonini – acuto misogino onanista, falsario e raffinato crapulone – diventa la cattiva coscienza della cultura europea della seconda metà del XIX secolo. Da lui promana la sciagura dell’Olocausto, che però rimane uno sfondo fuori fuoco, quasi una sorta di esercitazione universitaria, un percorso di dottrina di inusitata intelligenza ma in termini non narrativi. E pensare che, proprio nel romanzo, le linee guida dell’ispirazione echiana sono filoni narrativi come quelli rappresentati da Eugene Sue, da Dumas, da Ponson du Terrail – da lui sempre molto amati – che tramutarono il romanzo in uno scacchiere di intarsi narrativi di incomparabile attrazione. Ciò che, purtroppo, “Il cimitero di Praga” non riesce ad essere.

Fulvio Lo Cicero

Romano, laureato in Scienze politiche, pubblicista. Docente di economia politica, si occupa anche di fotografia. Ha pubblicato "Principi di economia politica" (Milano, 1992) e "Inquisitori ed eretici. Il demone della verità nella narrativa di Leonardo Sciascia" (Roma, 2005) 

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