Martedì, 28 Agosto 2012 17:39

Fuori città. Chiedere asilo sottovoce : “Non farti vedere, non disturbare, non essere felice!”

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ROMA - Seicento metri, più di seicento passi. Ci sono Centri di Accoglienza Temporanea in città, altri in campagna.

Fuori dal mondo. Lontano dagli occhi. Sono le 6 e 30 di mattina, la signora del villino accanto alza la serranda, si affaccia e vede Oubran fare su e giù per la strada sterrata. Un percorso breve, ma faticoso. Porta la spazzatura ai secchioni. Lo fa con lo sguardo fiero, ha la testa alta. Si mostra vivo, saluta un ragazzo sul motorino che va al lavoro. Non riceve risposta. La signora si nasconde, lo osserva, ma non vuole incrociare il suo sguardo. E' presto. E' estate. La giornata è ancora tutta davanti, ma per Oubran termina qui. Aspetterà il nuovo giorno, il solito canto del gallo. Si farà la doccia, inizierà a spazzare il cortile, raccoglierà nuovamente i rifiuti di 80 persone, chiederà dei sacchi grandi, li riempirà, li chiuderà e riprenderà il suo percorso. La polizia da queste parti è di casa, la notte viene a visitare il Centro, tutti gli abitanti del paesino hanno deciso di fare la guerra all'accoglienza. Sospetti schiamazzi notturni alle 11.00.

Nella realtà solo chiacchiere di ragazzi, nelle loro camere, davanti alla televisione, mentre giocano a carte. Mai riscontrato un problema. Anche le forze dell'ordine sono innervosite, sprecano benzina a vuoto. Ogni volta entrano, non riscontrano problemi, si scusano. Per gli ospiti la paura, il trauma e la rabbia. Oubran ne ha sofferto tanto. “Non ci vogliono. Ci odiano. Gli diamo fastidio per il colore della pelle. Il pomeriggio giochiamo a pallone e loro si lamentano. Volevamo pulire un campo qui vicino, pieno di erbacce alte. Volevamo costruire delle porte e lasciare questo spazio aperto a tutti, hanno minacciato di denunciarci.

La sera dopo le 20.00 ci gridano di tornarcene nel nostro Paese. Non vogliono che stiamo in terrazza, che ci facciamo vedere in giardino. Non riescono a mangiare con noi di fronte. Ci dicono che siamo bestie, animali”.  Pochi abitanti, tutti uniti: “l'apertura di questa struttura ci ha disintegrato. Sappiamo che bruciano le nostre chiese. Sono qui perché hanno commesso dei reati”. Per loro non sono dei richiedenti asilo, sono dei delinquenti liberi. “Vivono come nei resort, mangiano e dormono. Sputano per terra e sprecano i soldi dei contribuenti”. L'apice durante il Ramadan: “La sera ci eravamo organizzati per consumare i pasti al tramonto e poi alle due di notte”, spiega Oubran. E continua: “Lo facevamo senza uscire, in silenzio. All'accendersi delle luci iniziavano gli insulti. Una sera sì e una no arrivava la polizia e gli operatori lì a spiegare i nostri diritti. Al cancello, fuori, donne, anziani e ragazzi, tutti a dire brutte parole”. Il giorno della festa: “Sapevamo che la luna si sarebbe fatta vedere in cielo, abbiamo cucinato tutto il giorno. I bengalesi hanno preparato il loro risotto all'aloe e del manzo al curry, noi  francofoni abbiamo fatto il cous cous con il pollo e i fagiolini, i tunisini una zuppa di pesce e gli operatori hanno portato coca-cole e aranciate.

Ci siamo messi seduti in cerchio in giardino e i più anziani hanno servito tutti gli ospiti. Ascoltavamo musica tuareg, rap maliano e canzoni d'amore asiatiche. Qualcuno ha accennato dei balli, battendo i talloni nudi e girando su sé stesso. Si sono affacciati e ci hanno detto che gli stavamo rovinando la vita, che siamo dei parassiti. Che se non fossimo entrati in struttura, terminando la nostra festa, avrebbero richiamato la polizia. Volevo spaccare tutto. Gli ho detto che sono dei razzisti, poi l'operatore mi ha detto di andare dentro. Ma io ho sentito tutto, gli hanno detto che sono pronti ad organizzarsi e che noi li stiamo costringendo a dover usare la violenza”. Oubran quel giorno ha dato un pugno alla parete: “gli italiani a 20 anni non sentono la musica, non mangiano insieme, non ballano?”. L'integrazione è un miraggio, l'accoglienza è un incubo. Due ore di mezzi di distanza dal primo punto di interesse artistico, dai primi locali frequentati. Ragazzi senza più un paese, ancora più spaesati.

La loro struttura e attorno ville con piscine, campi, orti e piccole costruzioni abusive dove qualcuno cerca di vivere in pace la sua pensione. Tutti contro. Allora si chiudono in sé stessi e smettono di camminare. Alcuni vorrebbero protestare, ma sanno che è una battaglia persa e pensano che è meglio far passare i mesi, sperare di avere dei documenti per andare via, per raggiungere la città. Ma Oubran no. Vuole farsi conoscere: “Il mio villaggio in Mali è così. Poche persone, ma per mettere fuori qualcuno ci vogliono dei motivi seri, non bastano le apparenze”. Su sua richiesta è iniziato un progetto di sensibilizzazione, porta a porta, da parte degli operatori. Vengono spiegate alcune differenze religiose, la storia dei conflitti, lo status e il percorso documentale di chi viene da lontano. Oubran vuole farsi vedere, cercare spiragli per il dialogo.

Per farsi conoscere e per conoscere. E' educato, saluta, sperando di ricevere un giorno delle risposte. Si dà da fare e vuole essere visto mentre si comporta da cittadino modello. I suoi passi la mattina significano io esisto, io posso, ma non volete, io ci sono, ma non mi vedete, sono sveglio, ma volete che io dorma. Sono solo, ma non voglio. Tre giorni fa ha suonato il citofono, non c'era nessuno, solo delle scatole con dei vestiti. Ieri una telefonata, la signora della finestra voleva regalare una scrivania ed un divano al Centro. Si è scusata: “io non conosco altre culture, vedo la televisione, niente di più. All'inizio ho avuto paura, mi sono ritrovata di fronte a situazioni diverse. Credo che la convivenza possa migliorare. Non dobbiamo giudicarci a priori. Spieghiamoci di più e forse ci tranquillizzeremo, ci capiremo”. Per ritirarli ha chiesto di far salire a casa un operatore e “quel ragazzo che la mattina si sveglia presto”. Oubran veniva preso in giro dagli altri ragazzi: “lascia stare ci sono gli addetti alle pulizie”, e ancora: “sei matto, non cambierai nulla. Non si combatte così il razzismo”. Ora è un modello di riferimento. I suoi seicento metri, la strada giusta.  

Maurizio Mequio

Laureato in scienze storico-religiose e specializzato in antropologia culturale. Master per Esperti di comunicazione multimediale e giornalismo internazionale presso la Fondazione Lelio Basso.

www.dazebaonews.it

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