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La storia autobiografica di un imprenditore di successo, alle prese con la sfida di guarire dal cancro. Il suo racconto inizia proprio nel momento in cui scopre la malattia nel settembre 2020, e prosegue con la narrazione parziale del percorso di cure, fino agli ultimi capitoli in cui l’autore lascia ai suoi lettori un messaggio di speranza e di coraggio. 

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Woody Allen aveva appena finito di girare il suo ventiquattresimo film, Pallottole su Broadway.

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Una palazzina signorile, sulla cosiddetta Collina Fleming, con vista sul Tevere, all’altezza di Ponte Milvio.

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Quando Dino Risi, prolificissimo regista di costume, pubblicò un libretto di graffianti aforismi, gli proposi di farli leggere all’amico Vittorio Gassman davanti alla telecamera del TG2 per un servizio di colore da girare a casa dell’attore in via Brunetti, alle spalle di piazza del Popolo.

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Per il suo primo film da regista, oltre che da protagonista, Adriano Celentano decise per un musical, Yuppi Du, e a fine riprese con una pomposa anteprima per la stampa richiamò a St. Moritz un piccolo gruppo di giornalisti ospiti della produzione.

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Negli anni Sessanta, il cinema italiano era solito autocelebrarsi con i festival, manifestazioni per lo più sponsorizzate dalle aziende provinciali del turismo che richiamavano attori, registi e soprattutto giornalisti in amene località desiderose di essere pubblicizzate.

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«Mi chiamo Zeno Pavani e ho qualcosa da narrarvi, mentre raccolgo la drammatica bellezza dell’orizzonte sdentato dalle ciminiere e avvolto da nuvolaglie che annunciano un imminente temporale»

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Come responsabile delle pagine degli spettacoli del Giornale d’Italia  avevo frequenti contatti con le case cinematografiche italiane e straniere.

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“C’è un certo Fellini che ti vuole”. Quale giovane giornalista non avrebbe fatto un salto all’annuncio della mamma che , rispondendo al telefono, non aveva riconosciuto, la voce inconfondibile del famoso regista?

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Era il 1950. La clinica “Villa Margherita” era assediata dai fotografi e dai giornalisti in attesa della nascita del figlio di Ingrid Bergman, l’attrice svedese che aveva lasciato Hollywood per correre da Roberto Rossellini, affascinata dal suo film “Roma città aperta”. La nascita di Roberto, detto Robertino, per non confonderlo con il celebre padre, fu un avvenimento soprattutto mediatico: con due genitori così, quel bimbo era un boccone ghiotto per i rotocalchi dell’epoca.

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