Sabato, 08 Settembre 2012 20:54

Venezia 69. Leone d’oro all’accessibile Pietà

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VENEZIA (nostro inviato) I premi non bisogna mai prenderli troppo sul serio, solo il tempo è il vero giudice: vi sono opere rimaste nella storia del cinema che non hanno avuto alcun riconoscimento.

Il “Leone d’oro”  di Venezia 69 al coreano Kim Ki duk  conferma un sentire comune al Lido:  alla proiezione in sala grande “Pietà”  è stato applauditissimo e più di una persona lo ha definito “bellissimo”,  altri hanno commentato che l’eccesso di violenza con la quale si esprimeva era gratuito e fastidioso.

Vediamo la storia che narra: Lee Kang-do (Lee Jung-jin), ha trent’anni e  vive in un quartiere povero di Seoul, dove riscuote  i debiti per conto della malavita rendendo storpi coloro che non li pagano, mozzando mani e gambe per riscuotere l’assicurazione. Un giorno,  una donna (Cho Min-soo) si presenta a lui e dice di essere sua madre, quella che lo ha abbandonato e reso cattivo a causa della mancanza d’amore. Inizialmente Lee Kang-do non le crede  e la rifiuta, ma la donna riesce a farsi accogliere nella sua vita e a mettere in moto nel giovane traviato un processo di redenzione. L'intervento di questa figura materna costringe Kang-do ad affrontare sentimenti e principi che prima aveva rimosso, fino alla comparsa di una velata “Pietà”….


Non è il caso di raccontare ora il finale del film, per non privare chi desiderasse vederlo della sorpresa,  voglio dire però due parole circa le ragioni che mi sembra possano aver spinto alla scelta di assegnare all’opera il primo premio.  Il regista aveva affermato in conferenza stampa che “Pietà” è un film d’azione: infatti lo è, anche se qualcuno obietta che questa definizione non é la più pertinente. “Pietà” ha in se tutti gli ingredienti per far sobbalzare di raccapriccio chi si sente scosso dalla violenza e nello stesso tempo fa un discorso accessibile ed edificante, con l’allegorica presenza di una madre che riesce a vendicare  una vita distruttiva.

Io ho trovato questa semplificazione eccessiva e irreale, la quotidianità mi sembra più complessa: la perplessità che mi ha suscitato “Pietà” è  soprattutto questa. Ma anche la mia impressione è, ovviamente, fallibile. Ai posteri l’ardua sentenza.

 

 


Bruna Alasia

Giornalista e scrittrice

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