Mercoledì, 09 Ottobre 2013 11:57

Danilo Dolci. Primo digiuno per un bambino morto di fame

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ROMA - Il 14 ottobre 2013 ricorre il 61mo anniversario del primo digiuno dell’educatore triestino trapiantato in Sicilia Danilo Dolci. La parnership Borgo di Dio invita a partecipare agli eventi che ne fissano la memoria: attività creative, alla cui base è la musica, che Dolci riteneva sorgente educativa fondamentale. Cosa accadde il 14 ottobre di sessantuno anni fa?

Il 14 ottobre 1952 a Trappeto, piccolo borgo sul mare in provincia di Palermo, moriva un bambino per fame. Trapiantato dal nord in quel paesino dove suo padre era stato ferroviere,  Danilo Dolci, lasciata la fidanzata di origini nobiliari, Milano dove lavorava come professore, stava con gli ultimi, alla ricerca di soluzioni per la vita.  Lo shock della morte del piccolo spinse Dolci alla prima iniziativa gandhiana di protesta. Nella foto lo vediamo a letto, assistito dalla prima moglie Vincenzina Mangano.

Nella cronologia essenziale, redatta dai suoi collaboratori Franco Alasia e José Martinetti, questi avvenimenti sono sintetizzati così: 14 0ttobre 1952. Primo digiuno di otto giorni, nella casa di Mimmo e Giustina, dove è morto un piccolo di fame, affinché le autorità intervengano dando lavoro alla popolazione. (Nell’occasione arriva la prima lettera da Aldo Capitini: inizia una fertile amicizia).

Giacinto Spagnoletti, in “Coversazioni con Danilo Dolci”, ripubblicato nel 2013 dalle edizioni Mesogea (Messina), ha raccolto la testimonianza diretta del sociologo triestino:                                                   

“Un giorno d’ottobre mi chiamano in paese: un bambino sta male. Arrivo, la stanza è umida, scura, senza finestre, quasi vuota. La giovane madre è gialla, non pallida, ma proprio gialla; il marito è in galera per un furto di pochi limoni. Da giorni la madre (Giustina Barretta) non mangiava e il bambino, non trovando latte nel suo seno, stava morendo. Corro in farmacia a Balestrate e torno con il latte. Tentiamo i farlo succhiare al bambino, ormai esanime: non riesce più ad inghiottire, nemmeno respira più;  è morto.

Questo. E gli altri?  La mortalità infantile era elevatissima e casi simili potevano ancora verificarsi. In una riunione tenuta tra i più intimi, prendemmo questa decisione: a turno, avremmo digiunato fino a quando il paese non fosse stato tolto da quel baratro estremo. Avrei cominciato io e, se fossi morto, avrebbero continuato gli altri.

Scrissi a Franco Alasia che immediatamente lasciò il suo lavoro di meccanico ed arrivò. Una breve lettera fu inviata alle autorità regionali e nazionali e alla stampa.  Gli elementi essenziali di quei giorni sono stati vissuti dal di dentro da persone come Toni, Paolino e il figlio dell’orbo, seriamente disposte, se fosso morto, andare avanti.  Una decisione veramente terribile, ma concepita con semplicità e chiarezza.  Tutto questo non si era prodotto, come hanno pensato molto, in seguito a letture o riflessioni mistiche.  Penso, invece, che nessuno dotato di un minimo di sensibilità, riuscirebbe a mangiare se vedesse dei bambini morire di fame. Non si tratta di eroismo, ma di un certo istinto.

[…]

Quando Franco Alasia arrivò, trovò la casa praticamente costruita, ma visse in pieno l’esperienza del digiuno, anzi fu l’artefice principale della distrazione che si creò subito. Infatti andò a Palermo a parlare con le autorità,  tanto da riuscire a ottenere delle promesse che poi furono mantenute. Dirò di più, le autorità avevano promesso appalti per trenta milioni di lavori e poi ne hanno spesi molti di più, oltre un centinaio, in un anno. 

Noi li avevamo chiesti solo per Trappeto, perché quello allora era il nostro universo.

Il sordido vallone che divideva in due il paese, nei tre anni successivi fu coperto pezzo per pezzo:  prima era una sola grande fogna, e Tappeto viveva in mezzo a lei. I bambini ci sguaz-zavano dentro. Immagina: d’estate, non potevo respirare a bocca aperta, tante erano le mosche. Inoltre, nelle case, che erano di una stanza sola, senza finestre, certe volte era così forte la puzza di chiuso che uscivo istintivamente fuori della porta, per respirare, ma era assalito da una puzza maggiore che proveniva dalla strada. Solo allora mi resi conto perché i contadini e i pescatori avevano insistito per costruire la casa fuori mano, sia pure in un posto pericoloso a causa di quella curva della ferrovia.

Ricordo ancora che alcuni miei professori del Politecnico di Milano, alcuni ex compagni di scuola, sapendo che ero qui, fecero delle collette e inviarono del denaro. Questa catena di solidarietà cominciò allora e non si è fermata, e non solo da parte delle persone che ho ora ricordato, ma come processo di adesione al lavoro che si è fatto.  I casi che potrei citare sono tanti, ma mi limito a due.  Sono molto amico di Bruno Zevi, come lo ero di Carlo Levi.

Il caso di Zevi è sintomatico. Zevi, inconsciamente, desi-dererebbe essere qui, anche perché sa che io sono impegnato in una strada che era ed è la sua; lui ha una parte di sé che vive qui e quindi sostiene quella parte di sé che è qui, mandandoci il suo aiuto”. 

Nel libro di poesie “Il limone lunare”, Danilo ha scritto questi versi:

Ne sento il vuoto.

Era morto un bimbo, di fame:

recline sulle braccia della madre gialla,

il latte trovato in farmacia scivolava sulle labbruzze

inerti – era tardi.

Terribilmente semplici avevamo deciso

di metterci al posto del piccolo, uno dopo l’altro,

fin che non si apriva lo spiraglio del lavoro

per tutti: nella stanza terrana del vallone

tra la gente stupita (curiosavano i piccoli

il prete era sparito,

il medico e i notabili tentavano velare

con la parola intossicazione

per continuare a parassitare tranquilli il paese,

i giovani meditavano,

mi piangevano i vecchi – perché, tu? –,

sentivo, sotto, un pozzo senza fondo)

dopo giorni la postina è venuta

con una lettera, di uno sconosciuto,

firmata Aldo Capitini.

Poi l’ho incontrato, in alto nella torre

del Comune a Perugia,

la dimora del padre campanaro:

era impacciato a camminare

ma enormemente libero e attivo,

concentrato ma aperto alla vita di tutti,

non ammazzava una mosca

ma era veramente un rivoluzionario,

miope ma profeta.

 

 

Bruna Alasia

Giornalista e scrittrice