Mercoledì, 28 Dicembre 2016 18:43

Palazzo Medici Riccardi. “Firenze 1966-2016. La bellezza salvata”

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FIRENZE – Firenze è di per se un museo a cielo aperto, meritatamente una delle più belle città del mondo. Quando nel 1966 l’alluvione sconvolse la città, non si contarono i volontari accorsi a strappare le opere d’arte alla morte. La mostra che si tiene fino al 26 marzo a Palazzo Medici Riccardi “Firenze 1966 – 2016. La bellezza salvata”, a cura di Cristina Acidini e Elena Capretti, è un bilancio del danno e insieme dello straordinario amore che ha mosso migliaia di mani affinché questa eccezionale creatività non andasse dissolta. 

Nell’austero imponente edificio commissionato, verso la metà del 1400, da Cosimo il Vecchio a Michelozzo – quel Palazzo Medici Riccardi modello d’architettura rinascimentale, dove attualmente si possono ammirare anche i celebri affreschi di Benozzo Gozzoli – nel 1966 era ospitato il Museo Mediceo, annientato dall’alluvione.  Nello stesso luogo, oggi, 150 opere - fra dipinti, sculture, libri, documenti, oggetti d'arte applicata, strumenti musicali e scientifici, accompagnate da fotografie storiche e alcuni video - documentano i danni e gli interventi di recupero, con una tenerezza consacrata dagli eventi. Un percorso vario, ricco, che suscita curiosità e svela realtà insospettate, tecniche e metodologie per riportare in vita un’eredità inestimabile, comprese le collezioni non note al grande pubblico.

L’itinerario scorre i Musei e le Collezioni, tra cui l’allora Galleria degli Uffizi, con marmi di arte romana e un grande arazzo secentesco delle manifatture granducali. C’è la sezione dedicata ai Luoghi di Culto, quella degli strumenti musicali, della carta, il settore più colpito dall’alluvione del 1966: biblioteche come il Gabinetto Vieusseux a Palazzo Strozzi, videro il 90% del loro patrimonio librario sommerso nei sotterranei; oggi grandi tomi dalle pagine sfiancate ci parlano di una storia da non dimenticare.  Il percorso espositivo ha persino la sezione “Ultimi”, nella quale s’intende portare l’attenzione su opere, che rischiano l’oblio.  La mostra evidenzia le ferite del disastro, la fatica delle cure, l’amore che ha condotto alla loro resurrezione: lavoro al quale non è stata ancora posta la parola “fine”. Ed è, proprio per questo, necessaria e unica.

 Promossa da Regione Toscana, Firenze Città Metropolitana, Comune di Firenze e Comitato Firenze 2016, con i fondamentali contributi dell'Opificio delle Pietre Dure e dell’Università di Firenze, la mostra, aperta al pubblico dal 1 dicembre al 26 marzo 2017, è prodotta e organizzata da MetaMorfosi con la collaborazione di Opera Laboratori Fiorentini – Civita.

Bruna Alasia

Giornalista e scrittrice

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