IL LIBRO

Questa è la storia di un cane vissuto negli anni quaranta del secolo scorso, la guerra era finita da poco.

Era una splendida primavera di qualche anno fa. Ornella Muti, la nostra bella e brava attrice al culmine del successo, abitava in una villa in campagna, all’Olgiata.

Da quando è deflagrata la crisi afgana, le quotidiane cronache televisive ci rimandano ogni sera immagini di quel paese orientale che mostrano paesaggi tutt’altro che accoglienti: montagne brulle, inospitali zone desertiche appena punteggiate da piccoli centri abitati da pastori, contadini, tribù nomadi.

L’arrivo a casa nostra di Picchio era stato memorabile fin dal primo momento.

La zona di ville e di giardini pullulava anche di cantieri edili. E in ognuno c’era un cane a fare da guardia di notte, di giorno dormiva e mangiava quello che gli passavano gli operai.

Quando mia madre era piccola e viveva con i genitori e le tre sorelle in un appartamento di Torino, il cane di casa era un pastore tedesco, di cui lei mi ha sempre decantato la bellezza, l’intelligenza e la bravura in tutto.

Non solo nei racconti di Simenon ma anche a Roma, negli anni Cinquanta del secolo scorso, la tassa sui cani esisteva davvero, perché il Comune aveva deciso di imporre un balzello su quello, appunto il cane, che riteneva un genere di lusso (come del resto il pianoforte, anche quello tassato come bene voluttuario).

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