Domenica, 26 Giugno 2022 19:12

Libri. E vissero tutti felici e distanti: Intervista a Marcello Romanelli: “basta uno sguardo per essere ancora felici”

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Marcello Romanelli, giornalista, con un passato da cronista de “Il Messaggero”, costretto, come tutto il Paese, a una pausa forzata durante la prima ondata di contagi da Covid-19, si è cimentato sapientemente nella scrittura con: “E vissero tutti felici e distanti”. Una sorta di diario del Coronavirus, che racconta le prime fasi della pandemia.

Lo incontriamo per saperne di più. 

Cosa l’ha ispirata a cimentarsi in un saggio?

L’ispirazione è nata quasi per caso. Un cronista da marciapiede come me, costretto in casa in un primo lockdown, si doveva pur difendere. E in quei giorni difficili la mia difesa è stata la scrittura. E ho, dunque, approfittato di quel tempo che scorreva più lentamente per godermi quei momenti, attraverso la cronaca di quelle giornate. E più passavano i giorni e più mi rendevo conto che qualcosa di scritto doveva essere lasciato, soprattutto ai più piccoli. Il mio desiderio si è realizzato e sono riuscito a scrivere il mio primo libro, pur restando fedele al mio stile da cronista e da osservatore di una realtà stravolta in quelle ore interminabili.  

La prima ondata di contagi da Coronavirus cosa le ha insegnato?

Mi ha insegnato a godere di più dei miei spazi. Non sono certo una persona che in questi anni è stato spesso a casa: la mia abitazione è stata la strada, ma in quei giorni ho apprezzato molto ogni aspetto della mia quiete domestica, imparando a godere del silenzio. Sapere ascoltare il silenzio è il segreto per andare avanti al meglio nella vita di tutti i giorni. Perché ci sarà sempre un momento in cui dovrai, per un motivo o per un altro, ascoltare il tuo silenzio. 

Ritiene che l’emergenza pandemica sia terminata?

Per scaramanzia non voglio rispondere in maniera precisa, ma di certo i vaccini hanno aiutato molto. E per fortuna, non assistiamo più a quelle scene caratterizzate da folle corse in ospedale di contagiati “senza respiro”, ma non dimentico che siamo ancora vivendo una pandemia e che questo vaccino non è stato ancora somministrato in ogni angolo del mondo. Per questo, ancora non possiamo considerarci del tutto fuori da questa brutta vicenda.   

Qual è stata reazione dei lettori? 

Incredibile! Sto avendo un riscontro pazzesco da parte dei lettori. Ricevo messaggi, recensioni e commenti ricchi di spunti interessanti. Il libro è stato scritto proprio in quei giorni “terribili” e forse le persone rivedono se stesse in questa fotografia che ho tracciato: chiara e senza fronzoli. Grande è l’interesse anche nelle scuole. Il mio tour didattico non si è mai interrotto, dato l’entusiasmo degli studenti, che riescono a cimentarsi sul testo in maniera impeccabile. Il merito è, forse, dello stile in cui è scritto il racconto che segue l’ordine alfabetico o per il tono leggero degli incontri, ma sono comunque molto soddisfatto del risultato.

A chi consiglierebbe il suo libro?

Lo consiglierei appunto ai ragazzi. Proprio ai più giovani, che sono quelli che hanno patito di più i mesi di lockdown. Attraverso la lettura di questo racconto, possono, rivivendo quei momenti in modo catartico, liberarsi definitivamente delle paure o degli strascichi mentali, mirando alla felicità. Tra le pagine, scritte in modo coinciso e chiaro, si celano la speranza e il sogno. Il mio libro è come una pizza calda: va letto all’istante. Anzi divorato.

Ha in programma il seguito di “E vissero tutti felici e distanti”?

No. No perché mi auguro di non rivivere momenti come quelli del primo lockdown: spero non ritornino più. È stato qualcosa di unico, cinematografico: qualcosa di letteralmente assurdo e dunque un seguito non avrebbe senso. Invece è ancora viva la voglia di scrivere un altro libro, anche perché, adesso ho imparato a stare un po’ di più in casa. Merito del Covid…Qualcosa di positivo, dunque, l’ha lasciato anche a me questo disastro mondiale. 

Come si definirebbe con un aggettivo? 

Uno soltanto? Allora posso dire un positivo. Voglio giocare su questa parola che traduco così: “sono un malato della vita”. Apprezzo tutto di quest’esistenza: una passeggiata al mare, una chiacchierata su una panchina con un amico, una bacio emozionante con una bella donna, una bella tavola apparecchiata di felicità. Perché noi miriamo alla felicità. E si è felici anche quando si è distanti. A volte basta uno sguardo… 

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