Speech Art si vuole richiamare alle pratiche dialettiche nell’arte, alle tavole rotonde e ai talk. Speech Art gioca sull’assonanza col verbo spicciare, con l’idea di far ordine su un punto, mettendo in luce un pensiero. Ma senza troppo prendersi sul serio. Speech Art è una serie di parole sull’arte, si spera di senso compiuto. Speech Art è l’incontro con chi l’arte la sa fare o la sa leggere. Speech Art è uno sguardo sull’arte contemporanea a cura di Federica La Paglia

Redazione

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ROMA - Sabato 3 dicembre alle ore 20.30 in Teatro Studio Gianni Borgna (Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone) verrà proiettato, in onore dei 90 anni di Giacomo Manzoni che presenzierà alla proiezione, il docufilm “Manzoni 90” (script e regia di Francesco Leprino, produzione Al Gran Sole).

Riapre il campo remoto di Little Dome C per la seconda campagna di perforazione del progetto di ricerca internazionale coordinato dall’Istituto di scienze polari del Cnr, che mira a ottenere, attraverso l’analisi di una carota di ghiaccio estratta dalla profondità della calotta, dati sull’evoluzione delle temperature, sulla composizione dell’atmosfera e sul ciclo del carbonio, tornando indietro nel tempo di 1 milione e mezzo di anni.

ROMA – Note di regia: “Il teatro come finzione, come strumento per dissimulare la realtà, fa il paio con l'idea di Argante di servirsi della malattia per non affrontare "i dardi dell’atroce fortuna”. 

Presentato il Rapporto 2022 dell’Osservatorio realizzato da The European House – Ambrosetti in collaborazione con Fondazione IBM Italia e Fondazione Eni Enrico Mattei

L’Italia è al 24° posto nell’Unione Europea nella percentuale di persone con competenze digitali di base; è al 25° posto considerando i cittadini che interagiscono online con la P.A.; e si trova in 21° posizione nella classifica delle aziende con un sito web con funzionalità avanzate. Ma allo stesso tempo, registra un buon posizionamento in alcune dimensioni spesso non considerate negli indici comparativi, come la cybersicurezza e il legame con la transizione sostenibile. Sono alcuni dei dati che emergono dal Rapporto 2022 dell’Osservatorio sulla Trasformazione Digitale dell’Italia, realizzato da The European House – Ambrosetti in collaborazione con Fondazione IBM Italia e Fondazione Eni Enrico Mattei.

Secondo Lorenzo Tavazzi, Partner e Responsabile Scenari & Intelligence, The European House – Ambrosetti, “esistono diversi motivi che rendono necessario un Osservatorio sulla Trasformazione Digitale in Italia, a partire dalle valutazioni sui ritardi nel livello di digitalizzazione rispetto agli altri Paesi UE e dalle carenze strutturali, tra cui la grave assenza di competenze digitali diffuse. Ma allo stesso tempo la trasformazione rientra tra i pilastri del PNRR. Sono previsti infatti investimenti per 40,7 miliardi di Euro: un’opportunità fondamentale per il sistema-Paese per riavviare una produttività stagnante da oltre 20 anni e concretizzare la necessaria transizione green, così strettamente connessa ai processi di digitalizzazione. Il legame tra le due transizioni, i principi di etica e inclusione, le necessità di cybersecurity: sono alcune delle dimensioni spesso non fotografate adeguatamente dagli indici tradizionali, ma messe al centro delle analisi dell’Osservatorio. Oltre all’analisi della situazione attuale, l’Osservatorio ha messo a punto un modello concettuale innovativo e originale, che può diventare uno strumento efficace di indirizzo e supporto del policy making a integrazione del monitoraggio realizzato dal Dipartimento per la trasformazione digitale”.

Per Alessandra Santacroce, Direttore Relazioni Istituzionali e Presidente Fondazione IBM Italia. “La trasformazione digitale offre nuove opportunità di sviluppo alle persone, alle imprese, alle istituzioni e alla società civile. Il nostro impegno è quello di porre attenzione anche agli aspetti etici, di inclusione e sostenibilità, affinchè l’innovazione tecnologica sia a beneficio dell’essere umano e a salvaguardia della nostra casa comune, la Terra”. 

Alessandro Lanza, Direttore Esecutivo, Fondazione Eni Enrico Mattei, ha dichiarato: “La transizione energetica, e più in generale quella ecologica, è sicuramente la sfida più critica dei prossimi anni e il suo successo sarà strettamente legato anche ai processi di digitalizzazione. Le due transizioni cosiddette “gemelle”, quella energetica e quella digitale, sono del resto connesse indissolubilmente: se da un lato la crescita della produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili e l’efficientamento dei processi produttivi richiedono una forte componente digitale, dall’altro l’adozione delle tecnologie digitali può indurre a un aumento della domanda di energia, a un impatto negativo legato all'aumento dei rifiuti elettronici, nonché alla crescita esponenziale del fabbisogno di materie prime critiche necessarie per entrambe le transizioni. E’ un tema rilevante, che richiede immediata consapevolezza e deve spingere alla definizione e all’adozione di politiche univoche e auspicabilmente condivise a livello internazionale”.

La situazione attuale

I ritardi nella transizione digitale sono noti: il nostro Paese è al 18° posto su 27 Paesi UE nel DESI (Digital Economy and Society Index), dietro a tutte le maggiori economie Il miglioramento di 2 posizioni nella classifica generale è trainato dalla componente relativa alla connettività (16 posizioni guadagnate vs 2021), mentre nei servizi pubblici digitali si registra addirittura un peggioramento (-1 posizione) e nel Capitale umano la situazione è stabile. In quest’ultima dimensione, al ritmo attuale, all’Italia servirebbero 9 anni per raggiungere il valore europeo (di oggi). 

Nel 2021 la percentuale di individui che hanno utilizzato Internet almeno una volta a settimana è stata pari a 80% (24° posizione all’interno dell’Unione Europea, con un gap di 8 punti percentuali rispetto alla media europea), solo il 40% dei cittadini ha interagito con la P.A. online (rispetto ad una media europea del 65%, con l’Italia che è in questo caso 25°), e solo il 56% delle imprese italiane erano in possesso di un sito web con funzionalità avanzate[1] (21° posto nell’UE-27). 

La carenza di competenze digitali diffuse, i limitati livelli di connettività e la ridotta propensione al data sharing frenano questa trasformazione. L’Italia è il 24° Paese in UE-27 per quota di persone con competenze digitali almeno di base, mentre sul fronte delle imprese l’Italia registra un’incidenza degli esperti in ICT sul totale degli occupati pari al 3,8% (rispetto a una media UE del 4,5%). 

Nel 2021 solo il 65,7% delle famiglie in Italia adottava la Banda Larga Fissa, un valore più basso di 15,4 punti percentuali rispetto alla Germania e di 12,1 p.p. rispetto alla media europea. E questo nonostante il nostro Paese registri un’eccellente disponibilità (1° in UE nella copertura 5G).

La ridotta propensione al data sharing, limita invece le potenzialità derivanti dalla creazione di ecosistemi digitali. Solo un’azienda su tre scambia dati con Enti Pubblici (33,1%) e con la propria comunità di riferimento (32,9%)

Le opportunità del PNRR

Il rapporto dell’Osservatorio sulla Trasformazione Digitale dell’Italia ricorda che all’interno del PNRR, la trasformazione digitale è la seconda tra le sei missioni per dotazione finanziaria, con 40,7 miliardi di Euro a disposizione. Confrontando con gli altri Paesi europei beneficiari del Next Generation EU, l’Italia è il Paese che alloca il maggiore ammontare di fondi alla digitalizzazione, più della somma di Spagna, Germania e Francia messi insieme (38 miliardi di Euro). 

La transizione digitale dell’Italia rappresenta pertanto un’occasione unica di rilancio della produttività e quindi della crescita dellItalia, l’unico Paese tra le principali economie dell’Unione Europea ad avere al 2021 un livello di PIL pro-capite inferiore rispetto ai livelli del 2000

Il PNRR rientra chiaramente tra i driver di accelerazione. Dalle stime di The European House – Ambrosetti, gli impatti strutturali abilitati dal PNRR sono estremamente rilevanti e potranno ammontare, nel 2027, al +1,9% del PIL annuo e rimarranno persistenti fino al 2036 (con un impatto cumulato potenziale del +13%). In particolare, la digitalizzazione della P.A. e la maggiore produttività delle imprese, abilitata dalle tecnologie e dal digitale, potranno pesare per il +1,2% annuo del PIL, fornendo quindi un importante impulso per il rilancio e la competitività del sistema-Paese.

La spinta della transizione green

Tra i fattori trasversali individuati dal Rapporto per rafforzare il processo di digitalizzazione vi è la relazione con la transizione green. Le nuove tecnologie digitali rendono infatti possibile un efficientamento dei consumi e dei processi: la strategia energetica italiana di lungo periodo prevede che la generazione elettrica dovrà passare dai 288 TWh del 2018 a 600-700 TWh entro il 2050, mentre quella prodotta da fonti rinnovabili da 117 TWh a 670 TWh, e la digitalizzazione renderà possibile tale crescita nella produzione elettrica. In particolare, le smart grid consentiranno un migliore monitoraggio dei consumi, sistemi di demand-response assicureranno stabilità alla rete di distribuzione, mentre la capacità di storage potrà essere aumentata ed aggiustata in tempo reale. Inoltre, le tecnologie digitali contribuiranno anche all’elettrificazione dei trasporti attraverso sistemi di “smart charging” e all’efficientamento dei processi produttivi delle aziende. 

Attenzione, però, alla questione del reperimento di materie prime critiche, sia per le tecnologie green che per quelle digitali, per le quali è atteso un forte aumento della domanda, che andrà assolta anche con una spinta al riciclo dei prodotti tecnologici. Anche il consumo di energia connesso alle tecnologie digitali (in primis i Data Centre) rappresenta un punto di attenzione, sebbene sia per ora compensato dagli aumenti di efficienza. 

Cybersecurity, un’esigenza strategica

Secondo il Rapporto, lo sviluppo del processo di digitalizzazione deve garantire la sicurezza nell’uso dei dati e delle tecnologie digitali. La progressiva digitalizzazione di servizi fondamentali per le società e l’economia rende infatti la cybersicurezza un’esigenza strategica. Basti pensare che la transizione digitale investe ambiti cruciali come i mercati finanziari, le infrastrutture energetiche, i trasporti di massa, le forniture di acqua, oltre alle funzioni essenziali dello Stato. Nel complesso, si stima che l’attività di cybercrime generi un costo annuale globale pari a circa 6 trilioni di Dollari (circa l’1% del PIL mondiale) e che sia destinata ad aumentare fino a 10,5 trilioni di Dollari entro il 2025. 

Anche in Italia gli attacchi informatici sono sempre più frequenti, essendo cresciuti a un tasso annuo del +14,4% negli ultimi 10 anni, superando quota 2mila attacchi. Le conseguenze economiche per le imprese sono evidenti: nel 2021, i Cyber Attack hanno causato alle imprese italiane un danno cumulato di 4,1 miliardi di Euro. Il Rapporto ricorda che in risposta a tali rischi, in Italia è stata approvata, a maggio 2022, la nuova Strategia nazionale di cybersicurezza (2022-2026) e l’annesso Piano di implementazione.

Nel complesso l’Italia è vicina alla media europea in due indicatori su 3 (imprese che adottano misure per la sicurezza ICT, 11° in UE, e imprese che hanno definito o aggiornato le policy di sicurezza ICT negli ultimi due anni, 10°), mentre registra un posizionamento di eccellenza in termini di imprese che informano i dipendenti sugli obblighi di sicurezza ICT (73% delle imprese, 3° valore in UE). 

Per una Trasformazione Digitale inclusiva ed etica

Le modalità di sviluppo del processo di digitalizzazione devono garantire i principi di inclusione ed etica, per far sì che la transizione digitale non lasci indietro nessuno e non contribuisca ad ampliare ulteriormente i gap già presenti. Sul fronte dell’inclusione, in Italia si registrano numerosi divari, per esempio a livello di età (38 punti percentuali di differenza tra il tasso di utilizzo di Internet tra la popolazione in età lavorativa e quello degli over-65, il gap più ampio tra i competitor), livello di istruzione (il gap nel tasso di utilizzo tra persone con livello di istruzione basso e alto è il 22° più ampio nell’UE-27), territori (sia tra Regioni, sia tra aree più e meno urbanizzate).

Inoltre, occorre garantire principi di etica dal momento che le tecnologie digitali possono sollevare questioni di carattere etico, come nel caso dei bias dell’Intelligenza Artificiale, quando un algoritmo produce risultati sistematicamente pregiudicati a causa di ipotesi errate nel processo di apprendimento automatico che possono portare a discriminazione ed altre conseguenze sociali

Alcuni esempi sono i sistemi di credit o social scoring e i meccanismi di selezione di lavoratori, con la discriminazione che può essere di vario carattere (genere, etnia, religione, status economico, ecc.). Il tema è particolarmente rilevante in quanto il 76% delle aziende a livello mondiale ha adottato o sta sperimentando sistemi di Intelligenza Artificiale, con l’Italia che si posiziona al di sopra della media mondiale di 8 punti percentuali.  

Il Tableau de Bord e le linee di azione necessarie per la trasformazione digitale dell’Italia

 

L’Osservatorio ha realizzato un Tableau de Bord, uno strumento d’indirizzo strategico da integrare con l’attività del Dipartimento per la trasformazione digitale, in grado di restituire, di anno in anno, una fotografia aggiornata sullo sviluppo digitale del sistema-Italia, al fine di predisporre iniziative di policy coerenti per orientare e “governare” con tempestività lo sviluppo digitale del Paese. Il Tableau de Bord intende misurare quelle dimensioni della digitalizzazione attualmente non adeguatamente monitorate dagli indici comparativi, identificando con chiarezza su quali variabili agire per aumentare il livello di digitalizzazione dei cittadini, delle imprese e della Pubblica Amministrazione.

Si propongono infine le seguenti linee di azione:

1. Valorizzare Transizione 4.0 come programma di riferimento per supportare la twin transition delle imprese del Paese, mantenendo invariate anche nel biennio 2023-2024 le aliquote dei crediti d’imposta per i beni materiali 4.0 e innalzare quelle connesse ai beni immateriali 4.0 e alle attività di R&S e innovazione tecnologica. Inoltre, è auspicabile l’aggiornamento del perimetro dei beni inclusi, aggiungendo le tecnologie connesse alla transizione ecologica (es. impianti di produzione e accumulo di energia per l’autoconsumo, infrastrutture di smart charging, ecc.).

2. Promuovere un approccio multidisciplinare alla formazione e allo sviluppo delle competenze in ambito digitale, valorizzando il ruolo di Transizione 4.0. A tal fine, si ipotizza di introdurre l’obbligo all’interno dei curricula universitari in ambito ICT di prevedere almeno un corso riguardante il legame tra digitalizzazione, etica, inclusione e sostenibilità e, allo stesso tempo, di rinnovare Formazione 4.0, integrando tra le tematiche anche quelle connesse all’etica, alle tecnologie per la decarbonizzazione, all’economia circolare e alla gestione del cambiamento organizzativo determinato dalla transizione digitale.

3. Rendere l’etica e l’inclusione i principi guida della transizione digitale, formulando un principio di garanzia di etica e inclusione da applicare allo sviluppo dei progetti digitali della Pubblica Amministrazione e delle imprese, sul modello del principio “once only”. Tale proposta prevede inoltre l’istituzione, a livello regionale o di Città Metropolitana, di un responsabile predisposto alla valorizzazione dell’inclusione digitale nel territorio con funzioni di raccolta delle istanze provenienti da cittadini e imprese e di supporto alle scelte delle Amministrazioni. Non da ultimo, si auspica la promozione di modelli bottom-up e della collaborazione tra imprese e con il Terzo Settore per la formazione delle competenze digitali nelle fasce più escluse (anziani, persone con disabilità, a basso reddito o livello di istruzione, aree rurali, ecc.).

4. Creare protocolli di certificazione per infrastrutture dati e intermediari dei dati rispondenti ai requisiti di sicurezza fissati dalla normativa europea ed eventualmente verificati attraverso specifici meccanismi di audit; dall’altro lato, introdurre incentivi fiscali per aumentare il numero di imprese che adottano protocolli di data sharing.

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