Martedì, 16 Aprile 2013 10:29

Crisi. E' emergenza liquidità. Per la Cgia l'81% dei prestiti va alle grandi imprese

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ROMA - "L'Italia è in emergenza liquidità". E' quanto denuncia il direttore generale di Confindustria, Marcella Panucci, nel corso dell'audizione parlamentare sul decreto per lo sblocco dei debiti della pubblica amministrazione.

«I prestiti alle imprese - ha spiegato Panucci - sono in caduta da più di un anno e mezzo: a febbraio sono stati del 5,1% inferiori al livello di settembre 2011. Lo stock erogato si è ridotto di 47 miliardi. Un evento senza precedenti nel dopoguerra. Le banche sono sempre più selettive, i prestiti calano, i tassi salgono. Un terzo delle imprese ha liquidità insufficiente rispetto alle esigenze operative. Imprese con progetti di investimento validi, quindi con attese di fatturato tali da poter pagare il servizio del debito, vanno in crisi per carenza di fondi nel breve termine». Il direttore di Confindustria ha ricordato che «gli spread pagati dalle imprese hanno toccato nuovi massimi: 3,4 punti contro 0,6 punti in media nel 2006. Tassi troppo alti e in salita stanno spingendo molte imprese a rinunciare a chiedere credito bancario poichè - ha osservato Panucci - il tasso  finisce per superare i rendimenti attesi degli investimenti che si intendevano finanziare, rendimenti colpiti dal perdurare della recessione».

Ieri la Cgia di Mestre aveva lanciato un altro allarme, ovvero che l'81% dei prestiti va alle grandi imprese a scapito dalle medie piccole
 
Dopo la dura e sacrosanta critica sollevata dal Presidente della BCE, Mario Draghi, la CGIA, infatti,  ribadisce i risultati  di una sua battaglia storica che vede le grandi aziende storicamente premiate dalle banche a scapito delle piccole e delle medie imprese. Cosa denuncia la CGIA ? L’81% circa degli oltre 1.335 miliardi di prestiti erogati dalle banche agli italiani è concesso al primo 10% degli affidati, ovvero alla migliore clientela. Il rimanete 19% è distribuito alle  famiglie, alle piccole imprese ed ai lavoratori autonomi che, di fatto, costituiscono la quasi totalità, vale a dire il 90%, dei clienti dei nostri istituti di credito.  Una anomalia, quella denunciata dalla CGIA di Mestre, che  grida vendetta soprattutto in questa fase di “credit crunch”.
 
 
Giuseppe Bortolussi, segretario della CGIA, non ha dubbi: “Al di là delle difficoltà legate alla crisi,  il nostro sistema creditizio presenta dei nodi strutturali che vanno assolutamente  affrontati. E’ chiaro a tutti che questo 10% di maggiori affidati non è costituito  da piccoli imprenditori, da famiglie o da titolari di partite Iva, ma quasi esclusivamente da grandi gruppi o società industriali. In linea generale non ci sarebbe nulla da obbiettare se questo 10% fosse costituito da soggetti solvibili. Invece, dall’analisi della distribuzione del tasso di insolvenza emerge che il 78,3% è concentrato nelle mani del 10% dei migliori affidati. In buona sostanza, nei rapporti tra banche ed imprese tutto è clamorosamente rovesciato: chi riceve la quasi totalità dei prestiti presenta livelli di affidabilità bassissimi, mentre chi dimostra di essere un buon pagatore ottiene il denaro con il contagocce”.
 
Secondo l’elaborazione dell’Ufficio studi della CGIA di Mestre,  il primo 10% degli affidatari riceve il 80,9% del totale dei prestiti erogati dalle banche. Prestiti, fanno notare dalla CGIA, che tecnicamente sono definiti come finanziamenti per cassa. Una tipologia di finanziamento che copre quasi il 70% del totale dei finanziamenti erogati dal sistema bancario italiano. Peccato che questa grande generosità rivolta alle grandi imprese non sia ricambiata. Infatti, le sofferenze a carico di questi clienti così “privilegiati” (ovvero sempre il primo 10% degli affidatari) è pari al 78,3% del totale. Insomma, pur non essendo dei buoni pagatori, le banche continuano a premiarli. 
 
 
“E’ vero – conclude Bortolussi - le sofferenze totali sono in forte aumento e si attestano ormai attorno ai 115 miliardi di euro. Tuttavia il comportamento delle nostre banche è quanto meno sorprendente. Ricevono più soldi dalla clientela, ne erogano sempre meno, ma privilegiano i grandi capitani di industria a scapito delle famiglie e delle piccole imprese. Oggettivamente c’è qualcosa che non va.”

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