Martedì, 19 Marzo 2013 15:42

L’essenza del grillismo, “essere contro” sempre e comunque

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ROMA - Il voto di alcuni senatori grillini a favore di Pietro Grasso, per l’elezione del Presidente del Senato, ha suscitato grandi polemiche all’interno del Movimento 5 Stelle.Lo stesso Grillo, in un primo momento, ha intimato la cacciata di quei “traditori”, responsabili di aver appoggiato una proposta del Pd.

In moltissimi, però, hanno sostenuto la libera scelta del voto a Grasso, perché l’alternativa rappresentata da Schifani era, ai più, indigeribile.
“Essere o non essere?” sembra questo il grande dissidio interiore che anima le fila del Movimento.
La linea di Grillo è chiara: nessuna fiducia, nessuna alleanza, nessun appoggio di alcun tipo.
E il "Codice di comportamento eletti MoVimento 5 Stelle in Parlamento", sottoscritto liberamente da tutti i candidati, parla chiaro: votazioni in aula decise a maggioranza dei parlamentari del M5S.
Chi vota in accordo con la propria coscienza e con l’articolo 67 della Costituzione («Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato»), compie un grave errore. Viola, di fatto, non una semplice regola, ma la regola che sostiene tutta la linea politica imposta da Grillo.

 I voti ottenuti sono la convergenza di tutti i delusi
I tanti voti che alle ultime elezioni il Movimento di Grillo ha ottenuto sono, infatti, la convergenza di tutti i delusi, di tutti quelli che hanno voluto protestare verso quella politica che non li rappresentava più da molto tempo e che non ha dato risposte eque alla crisi. Grillo, da abile affabulatore, ha cavalcato l’onda della disillusione sostenendo che tutti sono uguali, che Berlusconi è uguale a Bersani, che tutti sono indecenti, che non esiste più una destra, come neppure una sinistra. Ha dichiarato che il suo è un movimento ecumenico e, come tale, accoglie tutti. Gli elettori grillini provengono da realtà politiche diverse e opposte. Ci sono ex berlusconiani, ex Sel, ex leghisti, ex Udc, ex finiani, ex frustrati dalla politica, ex Pd, tutti uniti contro un sistema politico che non li rappresenta più.
Proprio in questo voler accogliere tutti, però, si trova il limite del MoVimento 5 Stelle. Un limite grave e serio, sul quale è bene riflettere, perché li porta, nei fatti, ad una paralisi. Sono bloccati: non possono spostarsi né a sinistra, per non scontentare quella gran parte del loro elettorato di destra, né a destra, per la stessa ragione uguale e contraria.
L’essenza del grillismo sembra risultare “essere contro” sempre e comunque.

Un movimento che accoglie tutti non deve scontentare nessuno
Un movimento che accoglie tutti ha il dovere di non scontentare nessuno e di rappresentare tutti.
La regola dell’impossibilità di associarsi, tanto cara a Grillo, è l’unica quindi che riesce, nei fatti, a non far torto a nessuno.
Infatti votare, all’elezione del Presidente della Camera, per Laura Boldrini, significava  non considerare quella parte di elettori provenienti dalla destra, soprattutto leghista.
Votare per una donna, di sinistra, portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, significava non rispettare chi, nel Movimento, è stato vicino alla destra, da sempre oppositore dei diritti per gli immigrati.
Stesso discorso vale per l’elezione per il Presidente del Senato: votare Pietro Grasso, procuratore aggiunto antimafia, voleva dire schierarsi a sinistra, non considerando, chi, fra gli elettori del Movimento, si sentiva più vicino alla figura di Renato Schifani.
Nessuna alleanza, dunque, per non scontentare nessuno.
Il limite del Movimento è evidente. L’episodio del Senato lo mostra chiaramente.
Come è chiaro che esiste una sinistra e pure una destra. Che le persone si vogliono aggregare intorno a delle idee, a delle proposte concrete e che la politica è fatta di pragmatismo.
Le idee, sembra banale dirlo, provengono da persone unite in un partito politico, che attraverso il loro lavoro cercano di cambiare e migliorare la situazione.

Le differenze fra un partito della destra e uno della sinistra


E la differenza fra un partito di destra e padronale come il Pdl di Berlusconi, e il Pd di Bersani è lampante anche ai più miopi. Solo chi ragiona di politica senza basarsi sui dati reali ma solo sul proprio pregiudizio e sulla (giusta) delusione non vuole cogliere queste differenze.
Se il Partito democratico ha finalmente scelto di rinnovarsi (sarebbe una sciagura ogni ripensamento), proponendo, nei famosi 8 punti, importanti cambiamenti (ad esempio la modifica della legge elettorale, la sospensione dei rimborsi elettorali, la riforma sul conflitto di interessi, norme anti-corruzione, l’aiuto ai Comuni rispetto al disagio sociale e, soprattutto, green economy e un piano per rilanciare il lavoro), il Pdl è rimasto concentrato intorno agli interessi e ai processi a carico del suo leader e avanza altre proposte (ad esempio il condono tombale e la restituzione dell’Imu).
Com’è possibile non notare la differenza fra un partito di sinistra come il Pd ed uno di destra come il Pdl?
Come si fa ancora a dire che “sono tutti uguali”? Che Grasso è uguale a Schifani?
Come può Grillo conciliare il macchinoso limite delle alleanze (da lui imposto) con la necessità dell’Italia di avere al più presto lavoro, diritti, moralità e ambiente, senza risultare incentrato a lavorare per la difesa solo di se stesso?
Il limite che paralizza il Movimento 5 Stelle risiede  nel fatto che, dovendo accontentare tutti, non può scegliere intorno a quali idee basare la propria identità politica.
Se nella fase della campagna elettorale era sufficiente “essere contro”, nella fase attuale e anche parlamentare è doveroso impegnarsi per governare, e, quindi, scegliere di essere “con” o “contro” proposte politiche concrete, che provengono da partiti reali, espressione del voto di milioni di cittadini. Scegliere di non scegliere è il danno più grave che il Movimento possa fare ai propri elettori, non rispettando quella voglia di cambiamento che ogni voto porta con sé.
E per cambiare occorre scegliere da che parte stare e lavorare, con le forze politiche del Parlamento più vicine alle proprie idee, per far sì che quella voglia di cambiamento si trasformi in realtà.

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