Lunedì, 27 Dicembre 2010 18:32

Troppi diplomati al liceo classico disoccupati. I paradossi dell’istruzione pubblica in Italia

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Secondo il ministro Sacconi una delle cause della disoccupazione sta anche nello sfavore che le famiglie italiane provano nei confronti dell’istruzione tecnica e professionale. Siamo un popolo che vuole i figli tutti ingegneri, avvocati, medici

ROMA – Per una volta tanto siamo d’accordo con quanto afferma il ministro del Welfare Maurizio Sacconi, secondo il quale, in Italia, la disoccupazione deriva anche dal disequilibrio fra ciò che il mercato richiede in termini di manodopera e istruzione acquisita dai giovani. In altri termini, abbiamo troppi diplomati al liceo e pochi all’istruzione tecnica e professionale.

Un fenomeno peraltro sconosciuto nella maggior parte dei Paesi industrializzati, come la Germania, dove le scuole tecniche e professionali sono il fiore all’occhiello non solo dell’istruzione pubblica ma anche dell’industria, che finanzia con canali privilegiati corsi e istituti.

Da cosa deriva questa caratteristica solo italiana? Da una serie di fattori concomitanti, il principale dei quali è senza dubbio l’influenza avuta sulla cultura italiana da Benedetto Croce e da Giovanni Gentile. Quest’ultimo, come noto, fu autore della famosa riforma del 1923, che si fondava sulla divisione neo-idealista fra “lavoro intellettuale” e “lavoro manuale”: il primo doveva considerarsi come effetto dello studio ginnasiale e poi liceale, quindi appannaggio dell’élite scolare, destinata ad occupare professioni e lavoro autonomo, mentre il secondo doveva interessare il ceto operaio e, tutt’al più impiegatizio. Faceva da corollario alla struttura scolastica così definita l’avviamento professionale, l’ultimo canale per i ceti più poveri, tre anni di apprendistato scolastico dove l’alunno sarebbe stato dichiaratamente preparato per i lavori più umili.

Questa nefasta e divisoria subordinazione al censo dell’istruzione pubblica è rimasta pressoché intatta fino a giorni nostri. Già Antonio Gramsci deprecava il fatto che “la riforma Gentile ha il grave torto di separare la scienza dalla tecnica, il lavoro intellettuale da quello manuale”, mentre il più grande studioso tedesco di fenomeni sociali ed economici, Max Weber, proprio in quegli anni, portava alle stampe “Economia e società”, il suo testo fondamentale in cui spiegava compiutamente come il destino delle moderne società industriali si fonda essenzialmente sulle “competenze tecniche” e su un intreccio complesso fra lavoro intellettuale e lavoro manuale, dove molto spesso è la loro sintesi a prevalere nel modo di produzione capitalistico.

La tesi di Weber ha influenzato fortemente il sistema scolastico tedesco, facendo dell’istruzione tecnica il perno cruciale della produzione industriale e delle competenze produttive dei giovani. Al contrario, nel nostro Paese permane tuttora l’idea fallace di Benedetto Croce (ripresa da Giovanni Gentile) secondo cui la base dell’istruzione di eccellenza non possa che passare attraverso lo studio delle lingue classiche e della letteratura (latina, greca e italiana, con scarso peso, per giunta, di quella straniera), insomma delle competenze linguistiche, per poi trovare una necessaria specializzazione in ambito universitario.

Il risultato italiano è quanto mai contraddittorio in termini di domanda di competenze da parte del mercato. Complessivamente, il 38% dei diplomati italiani (dati 2008) consegue un titolo di studio tecnico, contro il 33% dei liceali. Ciò significa che un terzo esatto delle competenze culturali acquisite dagli studenti italiani risiede nell’istruzione liceale, di tipo umanistico-linguistico, assai poco spendibile sul mercato del lavoro senza una laurea. Se consideriamo il fatto che la popolazione con la laurea oggi in Italia non supera l’11% del totale, possiamo concludere come, la maggior parte di coloro che conseguono, ad esempio, un diploma di liceo classico, non otterranno una laurea e si presenteranno sul mercato del lavoro senza alcuna competenza specifica di tipo tecnico, anche se forse se la caveranno meglio in una non richiesta traduzione dal greco o dal latino.

Secondo una ricerca di “Almalaurea” del 2008, “la presenza di diplomati con genitori in possesso di titoli di studio elevati è massima fra i diplomati classici, scientifici e linguistici, si riduce fra i tecnici ed è minima fra i professionali” . Ciò significa che, a differenza di quanto accade nei principali Paesi industrializzati, il genitore laureato non manderà mai suo figlio in un istituto tecnico perché vedrà in lui solamente un futuro medico, avvocato, ingegnere, architetto, anche se si tratta di professioni oramai sul filo del collasso, basti pensare agli avvocati, il cui numero degli iscritto al solo Foro romano è superiore a quelli di tutta la Francia.

Tutto ciò nel momento in cui il mercato richiede tecnici informatici per l’industria, esperti contabili (anche con solo diploma), meccanici e elettronici, per non parlare di quelle competenze in campo operaio in industrie di precisione, quindi con forte specializzazione settoriale, che oggi sono in grado molto spesso di offrire un reddito stabile al neo-assunto.

Insomma, sembra evidente che, in una società declinante come quella italiana, ancora nessuno abbia pensato di utilizzare il paradigma di Max Weber, ritenendo superiore l’alternativa umanistica offerta da Benedetto Croce (“Poesia e non poesia”) e mirando a fare dei giovani, avvocati o medici che finiranno per trascorrere la maggior parte del loro tempo a disputarsi clienti e pazienti.

Fulvio Lo Cicero

Romano, laureato in Scienze politiche, pubblicista. Docente di economia politica, si occupa anche di fotografia. Ha pubblicato "Principi di economia politica" (Milano, 1992) e "Inquisitori ed eretici. Il demone della verità nella narrativa di Leonardo Sciascia" (Roma, 2005) 

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