Venerdì, 07 Aprile 2017 07:13

Articolo Uno. Roberto Speranza e la politica dell'umiltà

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Appuntamento a Fiano alle ore 18 di un giovedì di inizio primavera. Cominciamo col dire che Fiano è un ameno paesino alle porte di Roma, da sempre roccaforte della sinistra, al punto che fu addirittura il collegio di Enrico Berlinguer. E la presenza di Berlinguer si fa sentire ovunque, a cominciare dal nome della sala nella quale si svolge l'incontro, all'interno di un parco situato in via Aldo Moro, giusto per completare il pantheon degli statisti e dei punti di riferimento del neonato Articolo Uno. 

Non a caso, all'inizio del suo discorso, Roberto Speranza, invitato a inaugurare il comitato organizzativo del partito nato dalla scissione del PD e dall'ingresso di una parte degli ex esponenti di Sinistra Italiana, pone l'accento proprio su questo significativo insieme di simboli: la Costituzione, la questione morale, il sacrificio della vita in nome delle istituzioni e di un progetto politico tuttora valido e degno di essere menzionato; insomma, la nostra storia che esce dei libri di storia e torna viva, vitale, pulsante, punto di riferimento e filo di Arianna in una stagione caratterizzata dalla rottamazione, dai toni sguaiati, dalla legge della giungla e da un dibattito pubblico francamente deprimente. 

Prima di Speranza, è giusto darne conto, hanno preso la parola Fatima Masucci, ex segretaria locale del PD, a sua volta fuoriuscita, e Ottorino Ferilli, sindaco del paese nonché membro di una famiglia storica del posto, dalla quale proviene anche la popolare attrice che tutti noi apprezziamo. 

Discorsi intensi anche i loro, spiegazioni legate alla scissione e vicende umane e politiche che si intrecciano, a dimostrazione di quanto sia stata sofferta e dolorosa la scelta di andar via da una comunità che si era contribuito a fondare e alla quale ciascuno di noi ha dedicato una parte importante della propria vita. 

Un sindaco giovane ma molto preparato, già al secondo mandato, che espone le proprie politiche sociali e la propria attenzione ai ceti più deboli; un'ex segretaria di circolo di area cattolica che aderisce ad Articolo Uno invitando a superare gli antichi steccati e poi Speranza, il quale si sta guadagnando sul campo i galloni da segretario. 

Ebbene, lasciatemi dire che io stesso sono rimasto sorpreso da questa sua crescita. Non nego, per onestà intellettuale, di aver dissentito spesso, negli ultimi tre anni, dalle sue decisioni: troppe fiducie votate al governo Renzi, una scissione a mio giudizio tardiva e un tentativo di dialogo sulla legge elettorale che si è spinto troppo oltre, essendo chiaro sin dall'inizio che Renzi non avesse alcuna intenzione di modificare l'Italicum. 

Tuttavia, va dato atto a questo ragazzo ormai prossimo ai quaranta di aver avuto, in questi anni, due meriti che pochi possono ascriversi: innanzitutto, ha avuto il coraggio di dimettersi da capogruppo, scontando le critiche feroci di una parte dei parlamentari a lui vicini che, non a caso, lo hanno abbandonato, salendo con voluttà sul carro di Renzi; in secondo luogo, ha dato coerentemente battaglia fino alla fine, al punto che io stesso, pur avendo abbandonato il PD da quasi tre anni, sarei stato pronto a riprendere la tessera di quel partito se avessi potuto votarlo come segretario nell'ambito di un congresso degno di questo nome. 

Oltretutto, da quando è uscito per dar vita ad Articolo Uno, si vede che è più sereno, più disteso, sanamente critico nei confronti del governo Gentiloni pur non mettendone in discussione la sopravvivenza e, soprattutto, che ha una gran voglia di tornare fra la gente, di provare a riconquistare un popolo di sinistra che in questi anni se ne è andato e oggi guarda a questo nuovo soggetto politico con una curiosità mista a scetticismo. 

Il tratto berlingueriano del luogo si evince da ogni discorso: da Speranza all'ultimo dei militanti la parola più utilizzata è umiltà, a dimostrazione di quanto l'arroganza, la tracotanza e altri tratti distintivi del renzismo abbiano stancato coloro che non sono disposti, nonostante molteplici sconfitte e delusioni, ad accantonare gli "ideali della gioventù". 

E anche le proposte sono interessanti: si parla di energia, di ambiente, di sanità, di Europa, della necessita, diremmo quasi dell'obbligo, di rinnovare la sfida socialista e poi del confronto intergenerazionale e del tema cruciale del lavoro e delle nuove generazioni che emigrano o vivono ormai ai margini della società, in preda alla disperazione e allo sconforto. 

Una sinistra di popolo, dunque, con un gradevole odore di pane e porchetta ad accompagnare la serata e uno spirito accogliente e mai rinunciatario: questa è la comunità che stiamo scoprendo passo dopo passo e che oggi a Fiano ha posto un altro importante mattone, mentre in tutta Italia si diffondono iniziative con un numero di partecipanti che va al di là delle più rosee aspettative degli organizzatori. 

Del resto, nulla avviene per caso: lo scorso 4 dicembre un mondo ha deciso di prendersi per mano, una comunità si è stretta intorno ai valori della Carta costituzionale e da quel momento in poi ogni assemblea ha visto una partecipazione popolare come non si vedeva da anni. 

Entusiasmo? Anche, ma soprattutto il desiderio di ritrovarsi, di tornare a credere in qualcosa, di tornare a guardare la politica con occhi diversi. 

Riuscirà questa sfida? Ce la farà l'onorevole Speranza e la nuova generazione che si sta incaricando di condurre la sinistra nel futuro, facendo tesoro delle esperienze del passato ma, al contempo, innovando i linguaggi e schiudendo nuove prospettive? Sia pur con lo scetticismo di un osservatore che, malgrado la sua giovane età, ne ha viste molte, oltre che di un militante che ha vissuto sulla propria pelle la tragedia dei mille giorni di governo del rignanese, penso che valga la pena di provarci. 

Perché l'importante, in fondo, è compiere il proprio dovere con la massima onestà: prima o poi paga, anche se qualcuno continuerà a tacciarti di essere un ingenuo e i riflettori difficilmente si accenderanno su questa sfida collettiva, straordinariamente moderna proprio perché apparentemente anacronistica.

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