Giovedì, 26 Novembre 2020 21:19

“Ti ho visto negli occhi”. Il rapimento di Anna Bulgari e Giorgio Calissoni in un docu-crime di denuncia

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Un racconto dettagliato di eccezionale impatto emotivo  rivissuto  dai suoi protagonisti  

Ci furono i versi di Guido Gozzano e Dante Alighieri a rinforzare l’animo dei due protagonisti involontari di una delle più orride e tragiche vicende accadute nella storia della nostra Italia: il sequestro di Anna Bulgari e Giorgio Calissoni. Era il 1983 e il rapimento di madre e figlio ad opera dell’Anonima Sarda si consumò per le due vittime morali lentamente, freddamente, assurdamente, per ben 35 giorni, scaldato solo dalla vicinanza tra madre e figlio e dalle parole dei poeti che tanto amava e studiava Anna. 

A 37 anni di distanza da un evento che segnò la cronaca nera e l’instabilità decisionale politica del nostro Paese, ci pensa ora un coraggioso documentario a recuperarne filologicamente le tracce, scandagliando i dettagli proprio attraverso l’inossidabile testimonianza dei rapiti. ‘Ti ho visto negli occhi’, scritto e ideato da Vania Colasanti, diretto da Andrea Menghini e prodotto in esclusiva da RaiPlay, dove è possibile visionarlo gratuitamente dal 19 novembre, esce a pochi mesi dalla scomparsa di Anna ma ne conserva tutta la memoria interiore e la forza segnata da un cammino di valori che, nonostante gli accadimenti e le incongruenze delle vicende respirate, non si è mai dissolto fino alla fine. A rivivere cronologicamente i fatti, nella loro minuziosa e drammatica sequenza temporale, sono i racconti di Giorgio, profondamente segnato dalla violenza psicologica e fisica subita a 17 anni - tra cui il taglio a crudo dell’orecchio destro causato dal blocco dei beni familiari voluto dalla magistratura per pagare il riscatto – e che bruscamente ha dovuto interrompere la sua adolescenza per entrare a contatto con un mondo malavitoso e criminale che faceva del terrore la sua arma primaria.

Si potrebbe anzi affermare che è stato il suo coraggio nel rivivere ogni singolo momento di quella avventura, partita e conclusa nella tenuta familiare isolata di Aprilia, a pilotare il ritmo implacabile di un’opera filmica che, grazie al prezioso supporto di contributi dell’archivio RAI e di giornali dell’epoca, si espone come una vera e propria denuncia alla dimenticanza storica di atrocità del passato come questa: basti ricordare – per modalità, richieste e rituali sacrificali - il similare rapimento di Paul Getty jr. Non solo: la cosa che più sorprende, al momento del rilascio e per i mesi seguenti, come dichiarato dallo stesso Calissoni, è la noncuranza delle istituzioni nella manifestazione affettiva di un “bentornato”. Corrispondenza zero, come anche assente fu una giusta comunicazione tra governo e magistratura, che causò incertezze, ritardi e blocchi patrimoniali, fino a provocare l’ira di rapitori risoluti che senza pensarci proseguirono il loro “piano di lavoro”, ben costruito e determinato: di fronte a ostacoli e imprevisti, si sa, i Sardi non perdonano e mantengono la parola. Lo ricorda Anna Bulgari, parlando di fermezza e professionalità dei sequestratori nell’atto di compiere il proprio dovere, parole che ci lasciano smarriti nell’uso decontestualizzato, terminologicamente parlando, ch’ella stessa ne fa; nella stessa prospettiva lo segnala anche suo figlio, ricordando come, nel momento di lasciarsi, i sequestratori salutarono i rapiti stringendo loro “amichevolmente” la mano, come a conclusione di un accordo lavorativo o affare commerciale risolto con successo. 

Percepiamo – da questo e altri aneddoti narrati sul corso dell’intera vicenda - denotarsi due livelli precisi e opposti di “vissuto” che scorsero paralleli, incontrandosi solo dopo il taglio dell’orecchio e con l’intervento diretto della famiglia nell’operazione di riscatto. Si può parlare cioè di un “reale” – il freddo quotidiano negli accampamenti dove, bendati, erano reclusi madre e figlio, le continue minacce di morte, l’arrangiarsi col cibo in scatola e l’igiene, le camminate notturne nei boschi per depistare le forze dell’ordine, i discorsi dei rapitori sulla semplicità della propria “missione”, dove uccidere è una forma di abitudine naturale – contrapposto a un “surreale” - quella noncuranza, pressapochismo, incertezza, perplessità degli organi politici non in grado di accordarsi e prendere in mano la situazione subito, e dunque non affidandosi prontamente alla volontà e alla disperazione della famiglia. Ma se la parte lesa, oltre alla psiche, tutta da ricostruire, è quella in primis di due innocenti la cui “colpa” è stata solo quella di appartenere ad una dinastia di successo, vi è un’altra parte lesa, quella della giustizia: solo al capobanda “Riccardo” – riconosciuto al processo dallo stesso Calissoni nel ricordo di un attimo di slegamento della benda oculare durante il rapimento – sono stati imputati pochi anni di carcere e concesso l’indulto per una “lettera di riconoscimento dei propri errori” da lui inviata allo stesso Giorgio.

Ma come perdonare un tale grado di violenza? E come perdonare l’abbandono delle Istituzioni all’epoca, quando la famiglia fu lasciata sola a trattare, e solo dopo la ricezione dell’orecchio in una busta lasciata in un cestino a Santa Maria Maggiore? Calissoni non può: deve invece ringraziare la sua età e la sua energia interiore per avere avuto la possibilità di calmierare il trauma negli anni, e questo grazie tanto all’intenso rapporto con la sua forte genitrice (commovente la parte in cui ricorda che non strillò durante il taglio per non agitare ulteriormente la mamma già provata) quanto all’altrettanta vivissima e solida relazione con la sua nuova famiglia: moglie e figlie, anch’esse intervistate insieme alla custode della villa di Aprilia, sono testimoni imprescindibili di una forza d’animo che accomuna gli spiriti in un messaggio di positività assoluta.

Era necessaria, in qualche modo proprio per fare giustizia, questa preziosa opera filmica di recupero: ben girata, ben montata, ben trasmessa alla fruizione di un pubblico multigenerazionale. C’è però anche da chiedersi: se la vedessero oggi Sandro Pertini, Bettino Craxi e Oscar Luigi Scalfaro, allora rispettivamente presidente della Repubblica, presidente del Consiglio e Ministro dell’Interno, quale potrebbe essere la loro reazione? 

Elisabetta Castiglioni

Giornalista e Promoter Culturale

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